Vajont annunciati: Gilgel Gibe e i danni del colonialismo all'italiana

Il colonialismo all’italiana ha colpito ancora. Obiettivo: Etiopia. Il 13 gennaio, il ministro degli Esteri Franco Frattini si era recato nel paese africano per l’inaugurazione del Gilgel Gibe II, un tunnel di 26 km nel bacino del fiume Omo, nel cuore dell’Etiopia, che collega la diga Gilgel Gibe I con il fiume Gibe.

Un’opera teoricamente volta alla produzione di energia elettrica per una vasta area del paese, realizzata dal colosso italiano Salini Costruzioni, ma praticamente destinata a lanciare eventuali futuri accordi economici con il paese africano. Un’opera che, tuttavia, è già fuori uso a causa di un “imprevisto geologico”, nonostante i 374 milioni di euro totali stanziati per la sua costruzione ( 220 milioni provengono dall’Italia, contro i 104 milioni stanziati dal governo etiope ed i 50 dalla Banca Europea per gli Investimenti) e le continue pressioni della Crbm (Campagna per la riforma della banca mondiale) affinché non venissero scordate le questioni naturali ed antropologiche legate alla zona. Due settimane dopo l’inaugurazione, infatti, il tunnel è collassato, rendendosi praticamente inutilizzabile, a causa della costituzione tendenzialmente sabbiosa e friabile del suolo e della presenza di diverse falde acquifere che lo rendono geologicamente instabile. Danno che poteva essere evitato, certo, se solo fossero stati condotti accurate perizie ambientali prima dell’inizio dei lavori: cosa che, puntualmente, non è avvenuta.

Caterina Amicucci, della Crbm, spiega come il governo italiano sia andato avanti spedito,contravvenendo a tutte le norme nazionali ed internazionali sulla concorrenza e sulla trasparenza: il credito d’aiuto di 220 milioni di euro era stato infatti erogato a giochi fatti, quando cioè il contratto era già stato firmato tra la Salini Costruzioni ed il governo etiope, ed è il fondo più consistente rilasciato per un singolo progetto di sviluppo. Sviluppo che, tuttavia, non è mai arrivato.

Già la costruzione di Gilgel Gibe I aveva causato infatti più di 10mila sfollati, insediati a forza in un nuovo territorio semi-paludoso e poco fertile, con tutti i problemi annessi: conflitti con le comunità già residenti nella zona per la gestione dei pascoli, aumento della densità di popolazione, mancanza di servizi di base. Se infatti entrambi i progetti (Gilgel Gibe I e II) erano stati spacciati per la soluzione ai problemi umanitari e sociali della zona, ad oggi non ci sono né luce né acqua corrente per la popolazione locale (nonostante la presenza di grossi fasci di cavi dell’alta tensione sopra i vari villaggi), né nuove scuole, come invece prevedevano gli accordi: sono state infatti soltanto restaurate quelle vecchie, che ora si trovano a gestire ciascuna più di 1.100 studenti, molti dei quali abitano anche a diverse ore di cammino. Il tutto, a seguito della distruzione di una zona come la Valle dell’Omo, dichiarate dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità per i suoi delicati equilibri di biodiversità, e caratterizzata da un ambiente naturale molto fragile.

Ma chi paga ora per il fallimento dell’opera? il dubbio contratto stipulato con la Salini, infatti, esenta il colosso italiano dai rischi geologici, sicché è probabile che saranno i cittadini etiopi a dover pagare. Oltre al danno la beffa, dunque, per quanto la Cbrm si batta perchè sia la Salini a pagare il conto, e non la popolazione locale.

Ma non è finita. Nel luglio del 2006, infatti, il governo etiope ha conferito un contratto da 1.4 miliardi di euro per la costruzione di Gilgel Gibe III sempre alla Salini Costruzioni, sempre senza una trattativa competitiva con altre società, e sempre senza i necessari accertamenti ambientali e tecnici. Sebbene il progetto violi la legge etiope, le norme internazionali per concorrenza e le politiche di salvaguardia ambientale del continente africano, la Banca Africana per lo Sviluppo e la Banca Mondiale sostengono apertamente il progetto. Una diga, il Gilgel Gibe III, che, con un salto di 240 metri, devasterebbe il fragile ecosistema della valle dell’Omo inferiore e del Lago Turkana, sul quale contano all’incirca 500 mila persone (pescatori e contadini) per il proprio sostentamento. 

Ma, ovviamente, ciò non riguarda minimamente le logiche di mercato, giusto?

Fonte: http://www.dirittodicritica.com/2010/02/11/gilgel-gibe-e-i-danni-ambientali-colonialismo-allitaliana/

 

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